Ultimo aggiornamento 3 Novembre 2026
MUTANDINE
È stato uno dei primi artisti maschili a portare sul palco una forte e sfacciata carica erotica (movimenti d’anca, camicie sbottonate), pur mantenendo sempre un’innata ironia. Ha saputo trasformare il rito del lancio delle mutandine da parte delle fan in un marchio di fabbrica divertente, senza mai risultare volgare o ridicolo: l’inconfondibile Tom Jones, che aprirà la puntata di domenica di “Non ho l’età”, in onda su Radio Ticino dalle 13:00 alle 14:00, con un paio di frizzanti brani,“Give A Little Love” e “Mama Told Me Not To Come”.
Quindi:
Hanson (“Mmmbop”), Fratellis (“Chelsea Dagger”), Fausto Leali (“Io amo”/”Ti lascerò”), Aretha Franklin (“Respect”), George Harrison (“My Sweet Lord”/”I Got My Mind Set On You“), Steely Dan (“Do It Again”), Santana & Steven Tyler (“Just Feel Better”), Dire Straits (“Lady Writer”/”Sultans Of Swing”), Rembrandts (“I’ll Be There For You”), Richard O’Brien (“The Time Warp”).
“RIVOLUZIONARI”?
C’è un brano dei Beatles di cui mi sono ricordato seguendo, specialmente attraverso la televisione, quanto sta succedendo in diverse piazze del mondo.
È “Revolution”, il cui testo è lente spietata per decifrare le dinamiche dell’attivismo contemporaneo, specialmente quello di frange giovanili, rivelando come il confine tra il vero idealismo e la performance modaiola non sia cambiato, ma soltanto spostato dalle piazze fisiche a quelle digitali. Riascoltandolo, m’è venuta voglia di “spulciare” il web in cerca di riflessioni sul testo. Di seguito, alcune delle considerazioni che considero particolarmente interessanti.

Dalla distruzione delle vetrine al vandalismo sui musei
(“But when you talk about destruction…”).
Lennon accettava il desiderio di cambiare il mondo, ma rifiutava la distruzione fine a se stessa come metodo politico. Oggi frange di attivisti (ad esempio in alcuni movimenti ecologisti radicali) scelgono di imbrattare capolavori nei musei, bloccare il traffico ai danni di normali lavoratori o danneggiare vetrine durante i cortei. Come i distruttori del ’68 criticati da Lennon, l’obiettivo sembra la ricerca del caos mediatico o del “pretesto” per far parlare di sé. L’azione non costruisce consenso, ma genera polarizzazione.
Dai poster di Mao ai trend di TikTok
(“If you go carrying pictures of Chairman Mao…”)
Il verso concernente i giovani che sventolavano il poster di Mao per darsi un tono ribelle senza conoscere la realtà di quel regime è forse il più attuale in assoluto. Quel conformismo si è evoluto nel “clicktivism” (attivismo da tastiera) e nelle estetiche di TikTok o Instagram. Condividere slogan preconfezionati nelle Stories, cambiare la propria immagine del profilo con la bandiera o il colore del momento, o usare hashtag incendiari è diventato il nuovo modo per “portare il poster di Mao”. Spesso dietro queste condivisioni compulsive non c’è lo studio della complessità storica o geopolitica, ma il bisogno di conformarsi al gruppo.
La rivoluzione dei privilegiati
(“You know it’s gonna be all right”)
I Beatles chiudevano il pezzo rassicurando sul fatto che, alla fine, le cose sarebbero andate bene, un lusso che solo chi viveva nel benessere dell’Occidente poteva permettersi. Molta della finta ribellione odierna è portata avanti da giovani della classe media o medio-alta che criticano ferocemente il capitalismo e le istituzioni occidentali utilizzando smartphone da mille euro, indossando abiti prodotti dalle multinazionali e beneficiando di tutele democratiche che altrove sono negate. È la denuncia dell’ipocrisia di chi invoca il collasso del “sistema” senza essere minimamente disposto a rinunciare alle comodità e ai privilegi che quel sistema gli garantisce.
“Revolution”, dunque, rimane attuale perché smaschera una verità intramontabile: cambiare sé stessi e studiare la realtà richiede fatica e responsabilità, mentre abbracciare uno slogan estremo o compiere un gesto distruttivo a favore di telecamera (o di smartphone) è facile, gratificante per l’ego e, soprattutto, terribilmente di moda.
“SUONA RILASSATO, MA NERVOSO”
In settimana ho chiesto a Gianni Dall’Aglio di rinverdire due o tre aneddoti concernenti il rapporto con Lucio Battisti, artista al quale con gli AnimaLucio giovedì 12 novembre, presso la Sala Multiuso di Arbedo, tornerà a rendere onore.
Nell’accontentarmi, ha ricordato che il cantautore amava profondamente la batteria (quasi quanto la chitarra e il pianoforte). Durante le prove, capitava spesso che si sedesse dietro i tamburi e guardasse Dall’Aglio scherzosamente, come uno scolaro davanti al maestro.
Mercoledì 11 novembre, dalle 18:30, presso il Ristorante Papà Burrito di Piazza Grande a Locarno, con Gianni si parlerà del suo rapporto con Battisti e Celentano, fra gli innumerevoli artisti di cui per anni è stato stretto e ambito collaboratore. La chiacchierata, nel corso della quale verrà pure presentato il libro “Batti un colpo”, sarà seguita da un firmacopie. Entrata libera. Si consiglia di prenotare: o91/600 98 92
Poi che tra i consigli e le indicazioni che Battisti gli dava in studio di registrazione c’era la celebre e paradossale direttiva di suonare la batteria «rilassato, ma nervoso».
Nonostante la profonda intesa artistica e le innumerevoli ore passate in studio, però, il mio fraterno amico non è mai riuscito ad avere nemmeno una foto privata scattata insieme a Lucio, perché, finito di suonare, lui spariva e tornava a casa.
Una foto in cui vediamo i due insieme mentre incidono, però, l’ho trovata: questa.
Quanto ai brani in scaletta, uno dei più iconici – e che vede come protagonisti assoluti proprio i musicisti di AnimaLucio – è “Il tempo di morire”, pubblicato nel 1970.

Gianni e Massimo Luca raccontano che la registrazione fu un vero e proprio corpo a corpo ritmico. Battisti voleva un suono viscerale, quasi “sporco” e d’impatto, lontano dalle produzioni pop patinate dell’epoca. In quegli anni, il cantautore e la sua band registravano quasi tutto in presa diretta: i musicisti suonavano tutti insieme nello stesso locale.
Per “Il tempo di morire”, l’intesa tra Dall’Aglio alla batteria, Franz Di Cioccio della PFM (qui alle percussioni) e la sezione ritmica fu così perfetta e istintiva che il brano fu completato in pochissimi take (tradizionalmente si dice sia stata tenuta la seconda registrazione), mantenendo intatta tutta l’energia del momento.
C’ERA UNA VOLTA UNA SEGRETARIA …
Il suo vero nome è Nadja Limacher, ma preferisce farsi chiamare Anna Mae, nome di nascita dell’artista che ama alla follia, l’indimenticata Tina Turner. È di Lucerna e per un po’ ha fatto la segretaria, ma il grande amore per la musica, in particolare il country, il rock, il folk e la chanson francese, nel 2016 le ha fatto professionalmente imboccare un’altra strada, meno sicura ma più intrigante, quella della cantautrice.
Per quattro anni ha vissuto in Francia; a Londra ha studiato canto, mentre a Chicago, nel 2022/2023, ha svolto una residenza artistica. Si è pure esibita in vari festival e tour tra Europa e Nord America. Finora ha pubblicato l’EP “Let It Roll”, l’album “Out of the Woods”, l’EP “Chansons de Nadja Bernadette” e, recentemente, l’album “Sole Traveller.”
A destra, copertina del singolo “Roam”, fra i pezzi del recente album.
A darle una preziosa mano nel promuovere il nuovo album, dalla Florida, c’è Phil Carmen. Il cantante, musicista e produttore discografico lucernese ha registrato un videomessaggio (“Greetings from Florida”) in cui offre un forte endorsement alla nuova produzione musicale della giovane collega e conterranea. I due artisti condividono, oltre le stesse radici geografiche, una forte passione per le sonorità radicate nella musica roots ed americana.
Già che ci siamo, ricordiamo brevemente anche chi è
PHIL CARMEN
Con il duo Carmen & Thompson partecipò al Festival di Sanremo nel 1981 con il brano “Follow Me”.
Fra gli innumerevoli concerti organizzati nel tempo con la mia “YOU Productions” – vedi articolo nel Blog – c’è anche questo dei primi anni Ottanta a Giubiasco, quando il duo Carmen e Thompson furoreggiava con il singolo “Times Moves On”.
Phil vive in Florida e ha uno studio a Boca Raton.
Raggiunse la grande popolarità nel 1985 con l’album “Walkin’ the Dog” e soprattutto con il singolo “On My Way in L.A.”, che ottenne un notevole riscontro pure in Germania e in altri paesi europei. Altri album di successo: “Wise Monkeys” (1986, arrivato al 1º posto in Svizzera con il singolo “Moonshine Still”) e “City Walls” (1987). Da tempo, come detto, è apprezzato pure come produttore e autore per diversi artisti internazionali.
IL SITO
Ribadisco l’invito a curiosare nel sito: ci sono aggiornamenti e novità che potrebbero interessarvi, specialmente nel BLOG.
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Alla prossima … siateci!

