Ultimo aggiornamento 5 Marzo 2026
BOB MICHAELS:
DAI LOCALI
DELLA SWINGING LONDON
ALLA CATTEDRALE
DI LUGANO
Nato a Bournemouth,
ha studiato presso la Canford School,
dove si è laureato in letteratura inglese,
musicologia e germanistica.
Ha conseguito il diploma in Organo
e Direzione corale al Conservatorio di Zurigo
e ha seguito corsi di perfezionamento
a Londra e all’ Università di Cambridge.
In sintesi, Robert Michaels,
fondatore e direttore
della Scuola corale della Cattedrale di Lugano.

«Facemmo una tappa vicino a Ravenna.
Durante la notte ebbi un sogno, sentii una voce:
“Domani vai a San Francesco di Padova”.
Ci andai con un amico, vi trovai, a fatica,
una piccola chiesa, dove incontrai un frate
al quale chiesi di vedere l’ organo.
Non ricordo di cosa parlammo,
ma so che da lì uscii
con una rinnovata fede nel cristianesimo».
Molti quanti lo conoscono e apprezzano,
pochi coloro i quali sanno che ha un passato da capellone.
In breve, la storia.
I DAVE ANTHONY’S MOODS
nascono nel 1965 a Bournemouth
dall’ unione di ex membri dei Trackmarks
(Tim Large, chitarra, Bob Michaels, organo, e Bill Jacobs, basso)
con l’ ex cantante
dei Dave Anthony & The Rebels Tony Head ,
con il batterista John De Vekey
e la sezione fiati composta
da Pete Sweet, sax, Graham Livermore, trombone
e Andy Kirk, tromba.
Nel 1966 Sweet viene brevemente sostituito da Bon Downes.
Nell’ aprile dello stesso anno,
i Dave Anthony’s Moods pubblicano il loro primo singolo,
“New Directions”/”Give it a Chance”.
Successivamente la formazione si riduce a sette elementi,
rinunciando al sassofonista.
Sempre nel 1966, Tony Head abbandona la band
per unirsi ai Fleur De Lys.
Viene sostituito da Roger Peacock,
in precedenza cantante dei Mark Leeman Five e dei Cheynes,
assieme a Peter Bardens e Mick Fleetwood.
Nel gennaio del 1967 i Dave Anthony’s Moods
si trasferiscono a Milano,
reclutati dal mitico manager Leo Wächter
(quello che portò in Italia, fra i tanti,
Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, Who ed
Emerson, Lake & Palmer).
Per l’ etichetta Joker incidono due singoli:
“My Baby”/”Fading Away”
e la cover
di “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum
(retro: “Talkin’ to the Rain”).

Bob è il primo a sinistra.

Refuso di copertina: Anthony senza l’ “h”.

Anni fa l’ etichetta Acid Jazz ha pubblicato un EP
contenente alcuni brani dei due singoli.


Nel 1968
Roger Peacock abbandona il gruppo
per passare prima ai Trip e poi ai Primitives,
in sostituzione di Mal.
Stessa cosa fa Bob Michaels,
che viene rimpiazzato da Chris Dennis,
futuro membro dei Nomadi,
per costituire i Pleasure Machine con Tony Head
(ex-Dave Anthony’s Moods) alla voce,
Roger Dean (ex-John Mayall’s Bluesbreakers) alla chitarra
e Gianfranco “Pupo” Longo (ex New Dada) alla batteria.
Negli anni Settanta il musicista scrive i testi
per il primo lp della band prog Circus 2000,
poi si trasferisce a Lugano,
dove, come detto, si dedica allo studio
e all’ esecuzione di musica sacra per organo.
Nel 1984 fonda la Scuola corale della cattedrale
con l’ arciprete, monsignor Arnoldo Giovannini,
assumendone da subito la direzione.
IL LIBRO
Dettagli concernenti la storia dei Moods
li trovate nel libro ”In cerca degli umori di Dave
(dalla Swinging London al Piper Club)”,
scritto da Luca Selvini e Aldo Pedron
(Edizioni Indipendenti).

MARIO TOTARO:
“VOLAVA CON LE MANI
SULLE TASTIERE”
Il primo a parlarmi di Bob Michaels, tanto tempo fa,
è stato Mario Totaro, ex tastierista dei Dik Dik:
gli ho chiesto di raccontare come e dove
avvenne l’ incontro con l’ (allora) invidiato collega.
Sto ripensando
– scrive Mario –
a come, nel lontano 1967, acquistai
il mio organo Hammond,
che permise ai Dik Dik di incidere “Senza luce”,
gettonata versione italiana
di “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum.
Dopo il “Piper Club” di Roma, era stato aperto,
a ridosso dei locali della Triennale di Milano,
un nuovo “Piper”.
Studiavo e contemporaneamente
facevo parte dei Dik Dik
in qualità di tastierista.
Come tutti i giovani, non persi
l’ occasione di frequentare il locale,
dove si poteva trovare compagnia
e, spesso, ascoltare ottimi artisti internazionali.
Da “bazzicatore” ormai abituale, una sera,
all’ inizio dell’ anno, ebbi modo di apprezzare
un complesso inglese, i Dave Anthony’s Moods,
molto bravi, con un tipo di sonorità
che mi impressionò tantissimo.
Da dove venivano?
Gran parte da un organo Hammond ed il suo Leslie,
un effetto spaziale (doppler),
allora ancora dalle nostre parti poco conosciuto.
Lo strumento (molto ingombrante) mostrava la sua età
e si vedeva che aveva sofferto per i continui trasporti.
L’ organista, un giovane molto serio,
praticamente mio coetaneo,
volava con le mani sulle due tastiere,
sfiorando spesso un interruttore bianco
simile al pulsante di un campanello domestico.
Soprattutto utilizzava la pedaliera,
diffondendo un suono profondo
che “legava” quelli degli altri strumenti del complesso.
Possedevo un organo elettronico portatile Farfisa
che non produceva certo suoni cosi affascinanti:
le possibilità offerte da tali tastiere
mi parvero pertanto subito evidenti.
Nelle pause potei conoscere Bob Michaels,
al quale, trascorse alcune sere,
timidamente confidai che facevo
parte di un complesso italiano
ed ero interessato ad avere un organo simile al suo.
Cominciammo così a frequentarci al di fuori del “Piper”.
Quando seppe con cosa suonavo,
mi disse che solo con un organo come il suo
avrei fatto un salto di qualità
e che sarebbe stato disposto ad aiutarmi
nello scegliere il modello da acquistare.
Ai tempi la vendita di quel tipo di tastiere
di produzione americana era ristretta a pochi negozianti.
L’ organo Hammond era considerato un addestratore
per musica classica piuttosto che uno strumento il pop.
A Milano ne aveva alcuni in esposizione
la ditta Castellini di via Larga: ci andammo insieme.
Il modello di Hammond B3 (come quello di Bob)
non era disponibile, ma c’ era un A100 che,
a differenza dell’ altro, era più compatto,
con un mobile da tipico salotto americano.
Bob mi disse che in sostanza era in tutto simile al suo,
fatta eccezione per l’ amplificazione interna,
e che avrei comunque potuto, in un secondo tempo,
collegare anche amplificatori esterni
come quelli da lui usati.
Era nuovo e molto costoso.
Per poterlo avere al più presto,
mi feci aiutare da mio padre, il quale mi diede
parte della somma necessaria per l’ acquisto.
Bob mi istruì all’ uso,
soprattutto per quanto concerne la pedaliera.
Mi diede anche un manuale (che ho ancora)
per imparare ad utilizzarla.
All’ inizio ebbi difficoltà,
non disponendo di un’ amplificazione adeguata.
Per gli spettacoli, fui costretto di conseguenza
a ricorrere a vari accorgimenti temporanei.
Mi fu possibile procurarmi un Leslie
solo molto più tardi, perché,
anche se ormai avevo la possibilità di acquistarlo,
questi impianti venivano importati
con il contagocce ed andavano a ruba.
Aneddoto concernente “Senza luce”:
fu possibile creare un suono simile a quello dei Procol Harum
(fatto, come detto, che molto contribuì al successo del disco)
grazie ai provvidenziali accorgimenti tecnici
del geniale ingegnere della Ricordi Walter Patergnani.
L’ installazione e le modifiche da me
in seguito effettuate sul mio Hammond
(che gli consentono di produrre un suono particolare)
sono tutta un’ altra storia,
che magari racconterò più avanti nel tempo.
Per il momento, ancora grazie infinite, Bob!
GLI OTTONI DI DAVE
Questa storia
ha suscitato particolare interesse.
Fra i tanti che mi hanno scritto,
per dire che l’ hanno apprezzata,
c’ è l’ amico Boris Gurtler,
direttore e proprietario
della milanese SAAR Records
(ha pubblicato i primi dischi di Celentano)
e Toni Vescoli,
frontman delle Sauterelles, i “Beatles svizzeri”.
Messaggio di Boris:
“Ciao Giorgio, piacere di risentirti.
Ho riscoperto una band grazie a te.
Ho fatto un’ indagine della discografia.
Hanno registrato 2×45 giri con la Joker.
Salutami Bob, anche se non lo conosco,
prometto di ripubblicare i 45 giri sul digitale,
così la loro storia non andrà persa.
Magari possiamo fare un’ uscita contemporaneamente,
se riesco a reperire l’ audio in tempi brevi. A presto”.
Toni, dal canto suo:
“Sapevi che i fiati dei Dave Anthony’s Moods
hanno suonato nel singolo
con cui abbiamo partecipato
al ‘Cantagiro’ del 1967?
Per essere precisi, nel pezzo del retro,
‘Il quinto non lo paghi’.
Registrazioni effettuate presso La Basilica di Milano.
Puoi trovare la storia nel mio libro “MacheWasiWill”
(‘Faccio quello che voglio’, ndr), capitolo 036.
Eccotene un estratto.
“Milano ci ha avuto di nuovo!
Ci siamo sentiti quasi a casa, qui, nella solita pensione.
Tanto che i miei colleghi si comportano
come se ci vivessimo da soli”.

Dopo essersi soffermato sulle birichinate
combinate tra uno spettacolo e l’ altro
(che costrinsero la band a trovarsi un altro alloggio),
Toni ricorda i pomeriggi e le serate al Piper
e l’ incontro con gli Anthony’s Moods.
“C’ era una pericolosa concorrenza al Piper Club.
La seconda band a esibirsi
erano i Moods di Dave Anthony,
un gruppo fantastico.
Oltre a Dave, il cantante, un batterista,
il basso, la chitarra e tastiere,
nella formazione c’ erano tre suonatori di ottoni.
Quello che succedeva nel locale è difficile da descrivere.
Fu allora che si rivelò a noi
un suono dal vivo mai sentito prima.
Tamla Motown, soul
allo stato puro, esattamente il tipo di musica
che stava spopolando in quel periodo.
Avremmo dovuto rivivere il fallimento di Colonia del 1964,
quando fummo accusati di essere antiquati
e in ritardo rispetto ai tempi?
Timori infondati.
Il pubblico continuò ad amarci,
ed entrambe le band ad avere i propri fan.
Il repertorio proposto fu accolto bene,
specialmente dal pubblico più giovane.
Forse perché tre di noi erano biondi
e dimostravano di avere meno anni
rispetto ai componenti degli altri gruppi?
Ricordo una domenica, locale affollato all’ inverosimile,
con Enzo ad avventurarsi, nonostante i miei avvertimenti,
un po’ troppo oltre il bordo del palco:
in pochi secondi gli strapparono di dosso
la bellissima camicia di raso viola che indossava,
i brandelli di stoffa si sparpagliarono per terra.
Riuscì, per fortuna, a fare un salto all’ indietro,
evitando così di essere stritolato da quella massa ribollente.
Probabilmente, senza questa reazione,
sarebbero rimasti sul pavimento
solo le sue ossa e un basso demolito”.
“IL QUINTO NON LO PAGHI”
“Dopo alcuni giorni, per stare al passo con i tempi,
decidemmo di reclutare un intero set di ottoni.
Si era sviluppato un ottimo rapporto
con i Moods di Dave Anthony.
La sezione degli ottoni, in particolare,
ci aveva lasciato senza fiato.
Chiedemmo loro pertanto
se sarebbero stati disposti
a suonare nel nostro nuovo disco:
accettarono con gioia.
Arrivarono alla Basilica nel pomeriggio
per registrare le loro parti.
Ci volle però più tempo del previsto.
Non conoscevano il pezzo
e dovevano quindi prima ascoltarlo.
Purtroppo non fu possibile
fornire loro una registrazione demo
per farsi un’ idea:
i pratici dispositivi di registrazione che oggi
rendono la vita dei musicisti molto più semplice
non esistevano ancora.
Il 1967 era l’ età della pietra
da questo punto di vista.

Sprecammo tempo prezioso in studio
provando e riprovando,
cosicché superammo il limite a noi consentito.
Quando annunciammo che la sezione degli ottoni
era pronta, il tecnico del suono rispose:
«Temo che sia troppo tardi! Ci rimangono dieci minuti,
non possiamo andare oltre questo orario di lavoro.
Dobbiamo continuare un’ altra volta».
«Come?» – fu la nostra risposta –
«non possiamo lasciarci proprio adesso!
Ci serve solo un’ altra mezz’ ora,
tre quarti d’ ora al massimo,
e poi avremo ultimato le registrazioni».
«Non possiamo farlo», ribattè il nostro uomo.
«Perché?», chiedemmo.
Risposta: «Ce lo vieta il sindacato».
Nelle settimane seguenti
non sarebbe più stato possibile
utilizzare lo studio della Basilica,
in quanto affittato da altri artisti.
Come non bastasse,
gli impegni delle Sauterelles al Piper
stavano per finire
e gli ottoni con i Dave Anthony’s Moods
per rimettersi in viaggio
alla volta di altre Paesi d’ Europa.
Toni:
“Alla fine funzionò.
Mi misi in contatto con un dirigente del sindacato,
che, dopo un paio d’ ore d’ insistenze,
ci autorizzò a rimanere in studio
oltre l’ orario stabilito.
I corni, però, cominciarono a scalpitare,
perché avrebbero dovuto iniziare
il primo spettacolo al Piper un’ ora dopo.
Fui pertanto costretto a telefonicamente
tirare la giacca pure all’ impresario Leo Wächter.
Ci volle molto lavoro di persuasione
per convincerlo ad autorizzare la band
a iniziare lo show senza ottoni.
Probabilmente non ci sarei riuscito
con il mio italiano.
Quando sentii Leo urlare,
saggiamente passai la cornetta del telefono
al tecnico dello studio, cui lasciai il compito
di sbrogliare la matassa.
Dopo aver velocemente inciso la loro parte,
i musicisti presero un taxi
e raggiunsero i Moods,
che erano giunti a metà del primo set.
Quanto a noi, dovemmo di corsa
impacchettare l’ attrezzatura,
caricarla sul nostro VW Bus
e risistemarla sul palco del club.
Cominciammo a suonare
con parecchi minuti di ritardo,
sotto gli sguardi feroci di Leo Wächter.
Ma sopravvivemmo anche a questo”.

