Ultimo aggiornamento 21 Febbraio 2026
“LALLO,
LA VOCE DEI DIK DIK”
è il titolo del libro (Bertone Editore) che
Giancarlo Sbriziolo e Claudio Sassi
hanno dato alle stampe:
la vita del cantante milanese,
ma anche, inevitabilmente,
la storia della sua longeva band.
Presentato nel corso di una
MAGICA SERATA
il 12 novembre
in una una gremita all’ inverosimile
Sala multiuso di Arbedo.
Pubblico incantato da aneddoti,
esclusivi filmati e inossidabili brani
– tra cui “Sognando la California” e “L’ isola di Wight” –
brillantemente coverizzati
dai pugliesi Paipers con la preziosa complicità
dell’ ex tastierista della band milanese,
Mario Totaro.

Nei camerini …
Se ben ricordo,
ci siamo conosciuti negli anni Settanta,
in occasione di un concerto tenuto dai Dik Dik a Cadenazzo.
Un po’ di corsa,
per la verità, poiché la band, conclusa la serata,
aveva fretta di ripartire.
Ci siamo ritrovati nei primi Ottanta, in piazza del Sole
a Bellinzona, dove avevo organizzato la prima edizione
dell’ esclusivo festival dedicato ai mitici “Sixties”:
“Feedback. Il ritorno della buona musica”.
Un sogno che finalmente si avverava:
trascorrere una giornata
con uno dei gruppi italiani per cui,
dai tempi del Ginnasio, ho un debole,
i Dik Dik,
in particolare con il loro frontman,
dalla quasi sciamanica voce,
Lallo.

Foto di Angela Garro.
Voce, va ricordato, che apprezzava e prediligeva
anche l’ immenso Lucio Battisti, genio del quale, chi scrive,
ha avuto l’ onore e la fortuna di raccogliere
– ultimo al mondo! –
pensieri e parole nel corso
di un memorabile pomeriggio zurighese.
Lallo, splendido cantante, si. Ma non solo.
Persona, pure, dotata di grande umanità,
senso dell’ umorismo e ironia, dall’ innato desiderio
di conoscere e capire il mondo che la circonda,
fantasiosa.
Uno con cui è facile perdere cognizione del tempo
quando sei al telefono o siedi a un tavolo,
che trasmette serenità, allegria, voglia di fare.
E che da anni fa parte di quella cerchia di amici che
puoi contare sulle dita di una mano.
Ripensandoci: quanti i bei momenti trascorsi insieme,
gli avvincenti progetti
realizzati con la sua indispensabile
complicità!
Tanto per ricordarne alcuni, i concerti, messi in piedi
in mezzo Ticino e sempre caratterizzati dal “tutto esaurito”;
fra quelli maggiormente rimasti impressi nella memoria
del pubblico, certamente lo spettacolo,
ancora in piazza del Sole a Bellinzona,
al fianco di Maurizio Vandelli e Shel Shapiro,
davanti a quasi trentamila entusiasti spettatori.
Poi i programmi radiofonici e televisivi
(record d’ ascolti alla Televisione della Svizzera Italiana
per il servizietto su Lallo alla ricerca del vinile perduto),
nonché gli showcases
(il più recente, ad Ascona, risale al 2019 e vi prese parte
anche l’ ex tastierista Mario Totaro, ora svizzero e
affermato pilota).
Artista, Lallo, che altresì continua
a (piacevolmente) sorprendere.
Chi l’ avrebbe detto, è anche un talentuoso scrittore,
che – a breve distanza uno dall’ altro – è riuscito a sfornare
ben tre gettonatissimi gialli.
E adesso, – finalmente! – un’ altra pubblicazione
da leggere tutto d’ un fiato, realizzata con il prezioso
apporto di Claudio Sassi e che consentirà di meglio
conoscere la storia di una delle colonne portanti della
musica leggera italiana e della sua longeva band.
IL GIALLO DI LALLO
Da tempo Lallo, oltre che alla musica,
si è dato alla letteratura.
Visto l’ interesse suscitato con il recentissimo
“Una strana storia: un giallo in rosa”
(Italian Edition/Amazon),
è tornato in libreria con il seguito del romanzo,
“Due facce della stessa medaglia”.
Secondo episodio delle avventure di Sandri Mattia,
alias Ginko, e del socio ed amico Carlo Sorrentino,
detto il Falco, investigatori privati,
chiamati a Roma dal
commissario Accorsi per indagare sul misterioso omicidio
di un’ esperta di numismatica.
Tutto ruota intorno a due monete d’ oro di grande valore:
vengono seguite varie
piste nel mondo della mafia russa
e in quello della piccola criminalità locale.
«La voglia di scrivere – racconta –
m’ è venuta durante il periodo del Covid.
Prima, per la verità, sfogliavo solo fumetti,
mi accontentavo delle figure, neppure leggevo il testo.
Adesso sono un fiume in piena. Ho già in mente il quarto
ed il quinto libro!».
Niente più musica, quindi?
«No, la musica rimane prioritaria, però, come detto,
voglio sfornare altri libri, per puro divertimento.
Libri senza pretese, divertenti, da leggere al mare».
RICORDANDO GARY
Nel 2015, realizzando un servizio per la RSI della RSI a Bellinzona,
feci rincontrare, a distanza di molti anni,
Gary Brooker e l’ ex tastierista dei Dik Dik Mario Totaro,
che al leader dei Procol Harum consegnò
copia della versione italiana di “A Whiter Shade Of Pale”,
“Senza luce”, testo di Mogol.
A Mario ho chiesto di raccontare
come fu possibile ai Dik Dik
accaparrarsi un pezzo tanto ambito.


Con Mario nella residenza locarnese.
“SENZA LUCE”
«All’ inizio dell’ estate 1967 – ricorda – negli ambienti musicali
si favoleggiava di un pezzo inglese
che sarebbe stato un travolgente successo.
Ne avevo sentito parlare,
senza però la possibilità di ascoltarlo.
A quei tempi le case editrici e discografiche acquisivano
a caro prezzo l’ esclusiva, il diritto di impedire
che il disco originale venisse distribuito in Italia
non prima di almeno
sei mesi o più dalla pubblicazione.
Scopo della costosa procedura consentire la realizzazione
di una versione italiana ad opera di artisti
facenti parte delle proprie scuderie,
con la speranza di raggiungere
vendite possibilmente simili o superiori
a quelle del disco originale.
I primi giorni di agosto del 1967, dopo una esibizione
in un famoso locale di Ostia con i Dik Dik,
diedi un passaggio per Milano ad una ragazza che lavorava
alle edizioni musicali Ricordi.
Durante il viaggio mi raccontò della ‘guerra’ tra i vari produttori
per accaparrarsi il successone e realizzarne
una versione italiana da affidare a uno dei solisti
o gruppi Ricordi, almeno una decina,
tutti desiderosi di poterlo riincidere.
Fortunatamente, su consiglio del tastierista della band
inglese Dave Anthony’s Moods’, Bob Michaels
(in quei giorni impegnata con serate al Piper di Milano),
mi decisi ad acquistare un ‘magico’ organo Hammond,
simile a quello suonato da Bob.
Era in esposizione presso
la ditta Castellini, in via Larga a Milano.
Andammo insieme
e provarlo.
Il prezzo era molto alto, potei acquistare lo strumento
unicamente grazie all’ aiuto di mio padre, ormai rassegnatosi
al fatto che suonassi in un complesso di discreto successo.
Unica condizione: che continuassi gli studi.
Non mi fu però possibile acquistare
anche il mitico amplificatore Leslie,
che mi avrebbe consentito di ottenere
i suoni desiderati, quelli del disco dei Procol Harum.
Va detto che i Leslie arrivavano dagli Stati Uniti
con il contagocce e subito venivano venduti.
Riuscii ad ottenerne finalmente uno molto tempo dopo,
ma questa è tutta un’ altra storia
(anche dal profilo tecnico).
Tornando a quella sera d’ estate,
percorrendo la costa tirrenica,
la ragazza mi disse che il disco era arrivato in Italia,
ma di straforo (i Disc Jockey’s di allora si procuravano
i dischi bloccati all’ importazione per vie traverse,
quasi di contrabbando, recandosi in Svizzera o facendoseli spedire).
Attraversando la cittadina ligure di Chiavari,
vedemmo una bellissima discoteca,
decidemmo di entrare per ballare.
Dopo alcuni brani, fu la volta del pezzo dei Procol Harum,
con tutta la sua magia, creata specialmente dal loro organo
Hammond. Fu un momento magico.
Che canzone, che sound, una cosa indimenticabile.
Roba da pelle d’ oca!
Pezzo che per il resto del viaggio verso Milano
mi rimbombò nelle orecchie.
Capii allora perché tutti
volevano farne una cover.
Però ci voleva un organo Hammond,
come quello dei Procol, Harum,
dalle stesse sonorità.


Alcuni giorni dopo seppi che, i nostri produttori di allora,
Mogol e Battisti,
avevano ottenuto che fossimo proprio noi Dik Dik
a incidere la cover, che,
con il bellissimo testo di Mogol,
divenne ‘Senza luce’.
Pezzo che presentammo
al ‘Cantagiro’ ricevendo il Disco d’oro.
Per la realizzazione di ‘Senza luce’
andammo in sala di registrazione poco prima di Ferragosto.
Tutto fu fatto in gran segreto,
nessuno doveva scoprire che lo stavamo incidendo.
Io studiai a fondo ogni nota e sfumatura armonica
della parte organistica.
L’ esecuzione fu estremamente impegnativa
dal momento che la parte d’ organo doveva essere eseguita
senza interruzioni sull’ unica pista disponibile
del nastro magnetico.
Credo di aver cominciato a suonare dopo cena.
Continuavo a fare e rifare perché, di tanto
in tanto, incappavo in qualche comprensibile errore o
imprecisione.
Lucio Battisti fungeva da direttore artistico in sala di regia,
spesso fermandomi e dicendomi di ricominciare.
Se ben ricordo, prima dell’ una di notte,
riuscii finalmente ad eseguire l’ intera parte
senza interruzioni.
Dopo una pausa concessami dalla regia,
che a me sembrò interminabile,
Lucio mi gridò nelle cuffie: ‘Bravo Mastellazio
(a quei tempi il mio soprannome, essendo piuttosto sovrappeso),
questa era buona’.
Il giorno dopo tornammo in studio per completare
la registrazione con l’ aggiunta del canto.
Quanto alla mancanza dell’ indispensabile Leslie,
devo ringraziare il giovane ingegnere del suono Walter Patergnani,
che con miracolosi accorgimenti tecnici
riuscì a simulare le sonorità del disco dei Procol.
Durante la lavorazione – l’ Italia in quei giorni era in ferie -,
vista la segretezza dell’ operazione, ogni volta che Mogol,
Battisti o chiunque altro doveva rispondere al telefono,
strumenti e voci si zittivano,
per evitare che chi stava dall’ altra parte del filo
‘fiutasse’ qualcosa.
Mesi dopo seppi che i Procol Harum s
arebbero venuti al Piper di Milano.
Essendo un loro super ammiratore,
non persi l’ occasione di andare a sentirli dal vivo.
Al Piper mi posizionai proprio davanti a Gary Brooker,
guardando e ascoltando con molta attenzione:
la band aveva veramente una gran classe!
Ovviamente non fu facile seguirli bene,
in quanto nel locale c’ era una ressa incredibile.
I Procol Harum, poi, suonavano sulla pista da ballo.
Non ho mai capito perché non fossero su uno dei due palchi del locale.
Serata comunque emozionante,
durante la quale mi guardai bene dal presentarmi,
tanto meno scambiare qualche parola c
on qualcuno del complesso.
Finito il concerto, sgattaiolai tra la folla
con le orecchie in cui rimbonbava
il pezzo che avevo appena ascoltato.
Mi sentivo un po’ colpevole, quasi un ladro,
per aver copiato nei dettagli l’ opera dei Procol.
Pochi sanno che, dopo il successo di ‘Senza luce’,
avremmo voluto rimanere nello stesso ambito musicale
incidendo la versione italiana
di un altro grande successo dei Procol Harum,
‘Homburg’, ma le trame editoriali fecero sì che il pezzo
venisse affidato ai Camaleonti.
Il 24 Luglio del 2015 i Procol Harum si esibirono a Bellinzona.
Sollecitato dall’ amico Giorgio Fieschi,
non avendo più il 45 giri,
realizzai un cd, con copertina originale,
contenente la ‘Senza luce’ dei Dik Dik.
Ebbi così la possibilità di rincontrare, e questa volta
di persona, Gary Brooker:
lo ringraziai consegnandogli il cd,
che Gary accettò con sorpresa e piacere».
FRA I TANTI RICORDI …
il concertone che la band tenne in piazza del Sole nel 1989
nell’ ambito di “Feedback. Il ritorno della buona musica”,
da me ideato ed organizzato.
Per l’ occasione invitai in piazza l’ ex organista della band,
Mario Totaro, che tempo prima avevo tentato di contattare
inviandogli una lettera rimasta senza risposta e che poi,
casualmente, ebbi modo di incontrare
durante un volo di ritorno da Roma,
a bordo di un aereo da lui pilotato.

I Dik Dik dopo il concerto.
Primo a sinistra, di spalle, Mario Totaro.
MEMORABILIA






Locandina della gettonata
“L’ Isola di Wight”.
DALLE TASTIERE
ALLE ALI
Mario Totaro?
L’ ex tastierista dei Dik Dik vive nel Locarnese
e fa il pilota e l’ istruttore di volo.
Per conoscerlo, come detto, tantissimi anni fa gli scrissi.
Non rispose, ma quando, finalmente, ci incontrammo
divenimmo subito amici.
Da allora abbiamo fatto un mucchio di belle cose insieme,
dalle trasferte a Milano per l’ acquisto di cd e riviste
alle visite a mostre e luoghi “storici” della musica,
dai programmi radiofonici ai concerti,
dalle splendide mangiate all’ “Isola di Wight” di Buccinasco,
ristorante di proprietà dei suoi ex colleghi,
alle chiacchierate con Mogol e altri personaggi della canzone.
Quando, poi, ha smesso di fare il pilota di linea,
gli ho dedicato un documentario
(“Il pilota dei Dik Dik”, Televisione della Svizzera Italiana).
“Suite per una donna assolutamente relativa:
composta dopo aver sognato i Beatles
“Molti – si sono chiesti, e ancora si chiedono, perchè i Dik Dik,
di cui ho fatto parte fino al 1975 e la cui proposta musicale
è sempre stata ben altra,
abbiano sfornato un disco del genere.
Colpa/merito di un sogno fatto una notte
nella mia abitazione di Milano:
i Beatles stavano suonando un pezzo
di mia composizione che, nonostante ogni sforzo,
non riuscivo a farmi riconoscere come tale.
Si sa come sono i sogni, facilmente diventano incubi
per l’ impossibilità di intervenire
sul nostro subconscio.
Mi irritai talmente per il fatto che John Lennon e soci
stessero usurpando una mia creazione,
che verso le tre di mattina mi svegliai di soprassalto
con nella testa il ricordo vivissimo
di quel tema musicale.
Abitavo in un attico di un palazzo
di nuova costruzione scelto per la posizione,
la buona qualità dell’ isolamento acustico
(dato che suonavo il pianoforte),
perché ascoltavo musica tramite
un potente impianto hi-fi
e spesso c’ erano da me musicisti e strumenti.
A renderlo perfetto
il fatto che l’appartamento di fianco al mio
era di proprietà di una coppia di Como
che raramente veniva a Milano
e pure che l’ intero piano sotto di me
per molto tempo rimase invenduto.
Grazie a queste fortunate circostanze,
potei installare un mini studio di registrazione
dotato di apparati professionali e fare musica a qualunque ora
(davanti alla mia terrazza c’ era un parco
e non disturbavo praticamente nessuno).
Tornando al sogno, dopo il brusco risveglio
accesi subito l’ impianto di registrazione
e con entusiasmo mi misi al piano.
Suonai di getto, quella musica mi sembrò di aver già sentito,
per come accordi e melodia venivano fuori
in modo naturale e fluente.
Spento tutto, tornai a dormire e non ci pensai più.
Era l’ inizio del 1972.
Tempo dopo, riavvolgendo la bobina di uno dei miei “Revox”
(quello che usavo poco), vidi che avevo inciso qualcosa.
Ascoltando il nastro, ritrovai
ciò che avevo registrato quella notte ed ormai dimenticato.
Il contenuto era musicalmente
molto interessante, per cui mi diedi da fare per verificare
se fosse qualcosa già sentito e involontariamente memorizzato;
essendo musica inedita, cominciai ad elaborare,
sviluppare e scrivere sul pentagramma ottimizzando il tutto.
Ovviamente feci sentire questi abbozzi ai Dik Dik
ed ad altri musicisti del mio giro.
Lallo, Pepe, Pietruccio e Sergio
non si entusiasmarono per via del genere,
altri invece, come Maurizio Vandelli,
che nel frattempo era diventato nostro produttore discografico
(Mogol, avendo fondato con Lucio Battisti
la casa discografica Numero Uno,
ci aveva dovuto lasciare),
dimostrarono molto interesse.

Nel frattempo avevo instaurato un rapporto professionale
con Herbert Pagani ed Annalena Limentani,
sua produttrice.
Questo grazie specialmente alla parallela attività
che all’ epoca svolgevo nel campo degli impianti acustici.
Attività iniziata collaborando nella realizzazione di un impianto speciale
prodotto per loro dalla ditta Semprini, della quale ero anche progettista.
Ovviamente il rapporto con Pagani non rimase limitato alla tecnica audio,
ma si estese automaticamente all’ ambito musicale e poi a quello creativo.
Su spinta di Vandelli, che da tempo frequentavo privatamente
– insieme avevamo acquistato in Inghilterra
e piazzato a casa sua dei Mellotron -,
continuai a sviluppare i temi legati alla musica del famoso sogno
con l’ idea di farne qualcosa di originale.
Durante una sessione in studio con Herbert
(registrava trasmissioni per Radio Montecarlo)
li accennai al pianoforte.
Essendo eccellente e poetico autore, gli piacquero molto,
tanto che si offrì di scrivere i testi,
aggiungendo che avrebbero ben figurato,
più che in un normale lp, in un concept album.
Essendo i temi musicali correlati tra loro,
intravvide la possibilità di raccontare
una storia che avesse un inizio ed una fine
senza soluzione di continuità.
Il fatto che in quel periodo fosse
innamoratissimo di una simpatica e bella attrice italiana
che viveva a Parigi, lo ispirò nella mitizzazione della protagonista,
la donna, come sicuramente traspare dai testi.
Alla fine il lavoro divenne una suite completa.
Ottenuta dall’ editore e dalla casa discografica
l’ autorizzazione a realizzare il progetto,
per l’ elaborazione e l’ adattamento del testo,
fui invitato da Pagani a risiedere per diversi giorni
presso la sua abitazione di Parigi, nel quartiere di Montmartre.
Per seguire i suoi ritmi, ciondolavo tutto il giorno
dai vari studi agli uffici della città.
Si lavorava quindi di notte,
fortunatamente senza reclami
da parte dei vicini per il suono del piano.
Il risultato fu molto buono,
ma adatto unicamente a mentalità e palati raffinati.
Basti ricordare che durante la registrazione,
per via di alcuni testi allora considerati spinti e anticonformisti,
Lallo si rifiutò di cantare alcuni brani.
Dovetti pertanto farlo io,
che non sono certamente un solista.

Mario, Sergio, Lallo, Pepe e Pietruccio.
In quegli anni gli studi di registrazione erano molto costosi e,
seppure di proprietà della stessa casa discografica,
bisognava incidere il più velocemente possibile.
Questo per rispettare il budget previsto.
Per motivi pratici (e anche perché i miei colleghi
non erano molto stimolati dal progetto)
per incidere la base ritmica Vandelli
decise di utilizzare come “turnisti”
due componenti della Premiata Forneria Marconi
sicuramente più adatti al genere e svelti,
Giorgio Piazza e Franz Di Cioccio.
Le loro parti erano estremamente semplici,
per cui registrammo basso e batteria
in due turni di un solo giorno.
I giorni successivi (avevamo lo studio per una sola settimana)
vennero dedicati all’incisione del resto,
buona parte del quale doveva essere improvvisato
sulla base di una guida armonica e del proprio stato d’animo.
Gli altri strumenti suonati furono:
organo Hammond, Moog, Mellotron
(in cui avevo da poco inserito nuovi suoni),
pianoforte, piano elettrico,
diversi strumenti a percussione
e chitarre acustiche ed elettriche.
Il sottoscritto si mise alle tastiere,
mentre le chitarre furono affidate ai Dik Dik
e allo stesso Vandelli.
Lallo e soci realizzarono le parti vocali,
esse pure incise negli studi Ricordi
di Via dei Cinquecento.

La geniale ed originale copertina del disco
venne realizzata dall’ indimenticato,
famoso fotografo e grafico Caesar Monti
(fratello di Pietruccio).
A lui, con gli altri Dik Dik, devo un grande “grazie”
pure per quanto fatto per la band
già all’ inizio della carriera.
Ma questa é un’altra storia!
“Suite per una donna assolutamente relativa”
fu pubblicato verso la fine del 1972
con due tracce intere sulle due facciate,
cosa che molti nell’ ambiente discografico
non apprezzarono particolarmente.
I dispositivi tecnici delle regie audio dell’ epoca, poi,
resero difficoltosa la messa in onda dei pezzi alla radio,
per cui “Suite per una donna assolutamente relativa”
non venne quasi mai trasmesso, fu poco promosso e,
di conseguenza, vendette poco.
Aggiungo che neppure negli spettacoli dal vivo
pezzi di questo vinile vennero suonati,
per il fatto che non facevano parte del repertorio
che il pubblico si aspettava di sentire.
Il riscatto trentuno anni dopo:
nel 2003 l’ album é infatti stato rimasterizzato,
divenendo così, per gli appassionati di Progressive Rock,
un altro “Must Have”.
Ne sono sorprendentemente
state vendute moltissime copie nei paesi dell’ Estremo Oriente
(ne ho alcune con le scritte in logogrammi).
Nella masterizzazione del CD le parti inizialmente unite,
grazie alla più moderna tecnica digitale,
sono state “divise” in singoli titoli tramite dei “segnalibri” elettronici,
consentendo così all’ acquirente di poterle identificare
e ascoltare separatamente.
PEPE
Un ricordo dell’ indimenticato Erminio Pepe Salvaderi,
come gli altri Dik Dik
(fatta eccezione per il batterista Sergio Panno,
che non ho mai conosciuto), un grande amico.
Aneddoto che amavamo spolverare ogni volta
che ci incontravamo – l’ ultima, in ordine di tempo, ad Ascona,
per lo showcase della band – quello delle sue trasferte
oltre San Gottardo per gustare i mitici “Rösti”.
«Mi piacevano tantissimo – raccontava –
per cui spesso macinavo chilometri e chilometri
per farmene una scorpacciata;
tappa obbligatoria: Buochs (Nidvaldo) .
Ci sono voluti moltissimi anni prima che mi accorgessi
che li cucinavano molto bene pure all’ ‘Olimpia’ di Lugano!».
Pepe amava altresì ricordare che, agli inizi della carriera,
con Lallo e gli altri veniva spesso a Lugano per acquistare,
presso il negozio Gemetti
di piazza della Riforma, le novità discografiche,
che ai tempi arrivavano prima da noi che in Italia.





